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C’era una volta il blogging: una riflessione personale

Qualche tempo anno fa (come passa il tempo!) fui invitata a parlare di blogging ad un evento. Per l’esattezza, di blogging “professionale”, grazie ad un gruppo facebook (amatoriale!) che avevo aperto ed il cui argomento era proprio quello. Proprio io si, che al blogging mi ero affacciata da relativamente poco e che sentivo soltanto il grande bisogno di esprimermi, di raccontare quello che sapevo fare meglio e di tornare a fare il mio lavoro di architetto dopo la pausa della maternità. Fresca di blogging, non avevo ancora un “metodo” (quello che insegnano oggi nei vari corsi di blogging, per intendersi): non sapevo cosa fosse un piano editoriale, non avevo la più pallida idea di cosa si intendesse con personal branding (e forse, allora, non se ne parlava ancora così tanto), non mi ponevo neanche il problema di cosa fosse o di come usare la narrazione. Scrivevo senza obiettivi concreti (quelli che sappiamo oggi poter essere la collaborazione con le aziende, le sponsorizzazioni di posts, la partecipazione ad eventi in qualità di blogger, la creazione di qualcosa di concreto – che fosse un progetto sul web, l’offerta di servizi o un prodotto fisico – poco importa). Scrivevo e basta; spesso e volentieri anche tutti i giorni. Scrivevo una specie di blog-diario, quello che in fondo proprio in quegli anni stava scomparendo a favore del blogging settoriale e “professionale”. Era la fine del 2011. Ammetto che negli anni successivi ho un po’ perso la vena: in mezzo a quella risonanza che aveva allora il blogging professionalizzante la testa si è riempita di troppe cose, mentre un cambiamento grosso come il trasferimento in un nuovo paese e qualche altra vicenda personale piuttosto impegnativa psicologicamente mi hanno portata lontano dal blog e dal piacere della scrittura fine a sé stessa. Così ho iniziato a studiare la nuova realtà in cui ero entrata, mentre i post personali andavano lentamente diradandosi a favore dei contenuti più specialistici. Scrivere, all’inizio, fondamentalmente mi divertiva. E vedere che la gente leggeva (perché allora ancora si lasciavano commenti sui blogs, c’era più interazione e scambio) mi dava la spinta a continuare; quando poi arrivavano i commenti ero al settimo cielo; il tutto, per un solo, unico motivo: l’amore per la comunicazione. Poi, non so perché, non mi ha più divertita così tanto, ed ho iniziato a pensare che forse era sbagliato perdere il mio tempo dietro a un blog personale invece che concentrarmi sul mio lavoro. Avevo perso la bussola.

Mi è capitato in questi giorni di leggere alcuni blog “freschi” di apertura. Quelli che si scrivono in genere all’inizio, per intendersi, senza pretese, senza una direzione, ma con la spinta a scrivere qualcosa che desse loro un senso, o un senso a quello che stanno facendo/provando/vivendo. O semplicemente un modo per comunicare (ché comunicare è altra cosa del parlarsi addosso che si fa sui social networks). D’un tratto mi sono ritrovata indietro di qualche anno, esattamente al 2010, anno di apertura di questo mio spazio sul web. Ho rivissuto gli anni passati e mi sono accorta che quella freschezza, quella spontaneità, quella voglia di fare, parlare, comunicare se ne erano andati. Probabilmente per la perdita dell’anonimato, chissà. O forse per la pressione che ti crea il dover rendere conto a clienti di vario genere di ciò che scrivi sul tuo spazio, il “metterti a nudo” a tutto tondo, o il dover rispondere a dei bisogni, in genere quelli del cliente. Ho visto netta la distinzione tra lo scrivere per lavoro e di lavoro, per promuovere la mia professione,  e lo scrivere invece per diletto, come all’inizio.  Mi sono resa conto di aver  iniziato a parlare prevalentemente di lavoro, senza dover esporre eccessivamente me stessa o la mia vita. Ma ho realizzato che mi mancava qualcosa.

Improvvisamente, ho avuto nostalgia.

Ho avuto nostalgia di ciò che leggevo (e che ora non ho il tempo materiale di leggere), di ciò che scrivevo da neomamma. Ho avuto nostalgia dei commenti sotto ai posts, che dopo l’incredibile sviluppo dei social networks sono quasi spariti perché trasferitisi lì a causa della loro immediatezza e del fatto che concentrano la maggior parte del pubblico della rete. Ho avuto nostalgia di certi blog “puri” che ormai sono la minoranza, di quelli che ti offrivano uno dei servizi più rari: l’evasione, come la sensazione che ti dà il leggere un buon libro. Ho avuto nostalgia di quel piccolo spazio d’espressione libera e incondizionata che era il blog alle origini (anche se alle origini vere io neanche sapevo cosa fosse perché sono arrivata dopo).

Sarà che è proprio in questi giorni di novembre che cade l’anniversario di apertura di  questo spazio.

Realizzo ora, dopo cinque anni, che è incredibilmente difficile mantenere negli anni la stessa voglia di esprimersi. Quasi tutti, dopo i primi tempi di entusiasmo, hanno il noto “blocco del blogger” e smettono di scrivere, o scrivono così raramente che ti passa la voglia di leggerli. Sarà la vita, i cambiamenti, le necessità che mutano, non so. Fatto sta che il desiderio di scrivere e mettere in piazza la mia vita era sempre meno, anche perché scrivere  un blog richiede tempo. E così , spesso, finisce che il blog rimane in secondo piano rispetto alla vita quotidiana, nell’attesa di trasformarsi in qualcos’altro o di trovare nuova linfa vitale.

Un po’ di storia

Wikipedia definisce il blog come “un particolare tipo di sito web in cui i contenuti vengono visualizzati in forma cronologica. In genere il blog è gestito da uno o più blogger che pubblicano, più o meno periodicamente, contenuti multimediali, in forma testuale o in forma di post, concetto assimilabile o avvicinabile ad un articolo di giornale.”

Il termine blog deriva dalla contrazione di due parole: web, ovvero rete, e log = traccia, registro, diario. Da cui: diario in rete. Il weblog, alle origini era proprio un diario in rete. Il termine descriveva proprio il nuovo processo di “logging the web”, cioè il lasciare la propria traccia personale nel web, e apparve per la prima volta nel dicembre 1997. Si dice che sia opera di un programmatore eccentrico di nome Jorn Barger, ma sono in realtà in molti a contendersene la paternità . Venne poi, nel 1999, un altro signore, certo Peter Merholz, che sul suo weblog un giorno disse “we blog”, trasformando così il termine weblog in un verbo: da allora “to blog” divenne un neologismo che indicava lo scrivere un blog, e “bloggers” furono chiamati gli utilizzatori dei blogs.

Dal blog-diario degli inizi , con l’avvento delle piattaforme di blogging tipo Splinder, Blogspot, WordPress (ultimo in ordine di tempo) e compagnia, sono derivati negli anni successivi i vari blog tematici: quelli letterari, il fashion blogging, il travel blogging, il mommy blogging, il blog-design, il lit-blog, eccetera (molti, soprattutto quelli multiautore, del tutto simili a vere e proprie testate giornalistiche). Sono arrivati i primi sponsor (anche in Italia) e le prime agenzie di marketing a corteggiare il blogger, sono arrivati i prodotti in cambio delle recensioni, sono arrivati gli inviti agli eventi blogger, sono arrivate le prime “marchette” (non sto a fare qui la storia delle discussioni sulle marchette tra bloggers perché è troppo lunga e pure piuttosto noiosa), è arrivata la tendenza “professionalizzante”,  è arrivato il primo “Codice delle buone pratiche del blogger” (promosso da Mammafelice ma scritto con il contributo di molte mamme blogger di allora), per cercare di regolamentare la situazione eccessivamente libera del web e distinguere il professionista serio da tutti gli altri; in conseguenza di ciò , è arrivato anche il dibattito sulla decadenza del blogging “classico”, quello d’impronta esclusivamente narrativa. Tra i nuovi e vecchi bloggers qualcuno si è “professionalizzato”, altri sono rimasti “puristi” ed hanno continuato a scrivere un blog-diario, mentre altri ancora hanno fatto del blog una vetrina delle proprie competenze. Infine, qualcun’altro, sotto la forza prorompente dei social networks che tutto catturano e tutto inglobano, ha deciso di abbandonare il blogging e dedicarsi a vivere e realizzare altri progetti fuori dal web, perché ha scoperto che in fondo è molto più piacevole che stare davanti a una tastiera ed a uno schermo illuminato fino a notte fonda.

Fare il blogger oggi

Anche se blogger è chiamato in genere semplicemente colui che scrive un blog – in tal caso siamo ormai quasi tutti blogger, perché nel 2015 non avere un blog che parli di qualcosa è ormai una rarità – con l’accezione “fare il blogger” si intende oggi cosa ben diversa dallo “scrivere un blog” o “scrivere su un blog” che dir si voglia. “Fai il blogger” se guadagni direttamente con il blog, o attraverso di esso con i servizi che sei in grado di offrire. Il “bloggare” si trasforma per forza di cose: la narrazione personale diminuisce, mentre aumenta la narrazione del servizio, della competenza, del prodotto o dell’informazione che fornisci. Nonché  il personal brand, amplificazione della personalità/professionalità del blogger. In questo contesto non è facile mantenere la costanza di perdere ore preziose della propria giornata a scrivere posts personali su un blog che, soprattutto con l’ascesa dei social networks, in pochi finiscono per commentare (conseguenza della crisi del blogging? Conseguenza della diffusione dei social networks, dove dialogare è più immediato e più semplice e dove si concentra il pubblico? Conseguenza della direzione che hai dato al tuo blog?). Insomma, non è facile continuare a bloggare, dopo l’entusiasmo degli inizi. Non è facile perché per far funzionare un blog (e, ci insegnano, farlo salire nei motori di ricerca) occorre scrivere tanto, preferibilmente tutti i giorni ma anche più di una volta al giorno. Bisogna scrivere contenuti di qualità (ma non sappiamo bene che cosa significhi “contenuti di qualità”, e soprattutto facciamo una gran fatica a distinguere la competenza professionale). Bisogna conoscere i meccanismi dei social networks per diffondere quegli stessi contenuti (se lo riteniamo utile). Bisogna fare marketing, di sé stessi e delle proprie competenze (né più né meno che fuori dal web comunque, solo attraverso strumenti nuovi – quelli della rete – che sono complessi e vanno studiati adeguatamente).  Bisogna fare networking, perché il networking è l’anima della rete e della nascita di bei progetti. Insomma, un lavoro immane il cui ritorno (perché un ritorno ci deve essere perché il blogging diventi qualcosa di più di un piacevole hobby), va valutato attentamente. In conclusione: tante cose da sapere, tanto studio, tanto lavoro, tanta intelligenza per stare al passo con lo sviluppo velocissimo della rete. Tutte cose belle ma che “distraggono” e portano lontano da sé stessi e spesso dalla narrazione personale che si fa inizialmente su un blog, diciamo cosi’, “vergine”, aperto per puro e semplice diletto.

Ma allora, ha ancora senso tenere un blog se manca l’interazione? Sono pronta a mettere una mano sul fuoco sul fatto che la maggior parte di coloro che hanno aperto un blog con entusiasmo ha finito ad un certo punto per rallentare, se non fermarsi del tutto. Benché i blogs personali siano ancora la maggioranza, è difficile che mantengano la verve dell’inizio. Sto parlando dei blog narrativi, quelli nati come diario online, ovviamente. Succede, forse, solo in quei casi in cui si asseconda il cambiamento ed in cui il filo conduttore è la narrazione. E soprattutto, in cui non si hanno pretese di fare del blog un lavoro.

Parlavo l’altro giorno (sulla mia bacheca facebook, ovviamente! :D) con delle colleghe su quanto mi manchi l’immediatezza degli inizi, di come la narrazione sia sparita dai blog che una volta leggevamo, di come molti siano diventati sempre più una sorta di vetrina per raccontare le proprie competenze. Spesso la persona ormai è il prodotto principale del blog: si parla sempre più di personal branding perdendo di vista l’aspetto personale della narrazione, e senza considerare che il nostro essere professionisti è solo una parte di noi stessi.

Dove sta andando il blogging?

La domanda “dove sta andando il blogging?” ci coinvolge un po’ tutti ed è stata al centro di un acceso dibattito negli ultimi anni; dibattito che ha visto la tendenza professionalizzante andare di pari passo con quella del blogging narrativo, e spesso in contrapposizione con esso. Ci coinvolge tutti perché in quanto blogger ci siamo in mezzo, perché il nostro bloggare segue l’andamento del nostro mood, delle tendenze della rete, della nostra inevitabile trasformazione di esseri umani, del nostro “stare sul web”.

Francesca Sanzo, che si occupa da anni di narrazione ed in particolare di narrazione online e digital strategy (autrice dei due testi “Narrarsi online” e “102 chili sull’anima”, che consiglio caldamente) ha risposto con un interessante post alla discussione in corso. Nel suo articolo ha messo in chiaro la distinzione tra storyteller e story-maker, tra «scrittura professionale, in grado di convertire una storia in azione e storytelling d’intrattenimento e relazione». La differenza, dice, sta nell’obiettivo della narrazione. Ma dice anche che la narrazione personale, nel suo caso, è stata ciò che ha dato forza e credibilità al suo lavoro di professionista, poiché l’ha inserita in un “contesto esistenziale” coerente e più ampio.

Il mio senso di nostalgia per la narrazione personale, a questo punto, trova la sua giustificazione! 😀

Qualche considerazione personale

Ho visto spesso, in questi cinque anni di vita sul web, persone che hanno aperto un blog non tanto per la voglia di raccontare e raccontarsi ma più che altro per voler “fare qualcosa” o addirittura “guadagnare con un blog” (l’argomento è da qualche anno all’ordine del giorno, e se ti interessa leggi questo post  che mi sembra abbastanza esaustivo, anche se non parla a sufficienza di narrazione e non risolve la questione sollevata: “quale spazio dare alla narrazione personale in un blog professionale?”, che era poi il mio interrogativo principale). Quindi, tornando a chi ha aperto un blog qualche anno fa: c’è chi si è fermato al blog-diario, chi ha trasformato il suo stare sul web in un blog professionale, in un  progetto professionale, chi in altro altro ancora. Personalmente, nonostante la brusca virata nella direzione professionale, rispetto al blog-diario che tenevo agli inizi, sto ancora cercando di capire quale spazio dare alla narrazione personale e in che termini. Perché, come ho detto sopra, ne sento nuovamente l’esigenza, dopo la crisi personale degli ultimi due anni: nel mio recente decluttering ho forse esagerato un po’ troppo! 😀

Dato che non è mia intenzione, in questo spazio, mettermi a fare lezioni su “come fare blogging” – soprattutto perché non ne ho le competenze, nonostante i cinque anni di vita sul web, ma anche perché c’è gente molto più competente di me che lo fa –  vorrei tuttavia presentarti quello che è venuto fuori dalla discussione sulla mia bacheca e soprattutto come lo ho recepito io, dato che si tratta di un argomento che interessa tutti.

Tendenze del blogging attuale

Le strade del blogging oggi (e che domani saranno già obsolete perché la storia, sul web, è veloce ed evolve rapidamente) sono molteplici. Ognuno può decidere autonomamente in che direzione andare, ed è proprio questo il bello del blogging: la varietà. Riassumendo, mi sembra di poter identificare queste tendenze, nel blogging attuale:

  1. Il blog-diario, quello in cui scrivi i tuoi pensieri o racconti la tua vita (ancora oggi, la maggioranza)
  2. Il blog narrativo (quello che non parla necessariamente della tua vita ma anche di Pincopallo che va a fare la spesa e che nel percorso casa-supermercato incontra una serie di avventure, ad esempio)
  3. Il blog di servizio alla tua professione (di artigiano, artista, avvocato, architetto, crafter, commerciante o sportivo – e aggiungo eccetera per non trascuarne nessuna)
  4. Il blog “professionale”, quello che tende, per intendersi, al guadagno diretto attraverso le sue pagine e che si distingue a seconda della nicchia: travelblogging, fashion-blogging, mommyblogging, food-blogging, lit-blogging, craft-blogging ecc…
  5. Il blog che ti racconta (quello di cui sei tu il protagonista ed in cui diventi story maker – grazie ancora a Francesca Sanzo, perché era un passaggio che mi mancava!)

 

Qualche consiglio

Infine, dato che tutti sul web danno consigli (anche non richiesti) ai neo-blogger o a chi intende aprire un blog, oggi – dopo cinque anni di onorato servizio (e confesso di iniziare a sentirmi piuttosto “vecchia” nel farlo!) – mi sbilancio e ti  lascio anch’io i miei:

  • se senti la spinta, buttati: non c’è niente di più bello che leggere un blog “fresco”
  • decidi qual è il tuo obiettivo (e soprattutto, decidi se vuoi averlo o meno), e di conseguenza, la strategia del tuo narrare
  • se non hai servizi da offrire o prodotti da vendere, scrivi un blog-diario
  • scrivi per te stesso: perché ti diverte, ne senti il bisogno o semplicemente perché hai voglia di comunicare le tue competenze o le tue giornate (il tuo blog seguirà in questo caso i tuoi alti e bassi, la tua disponibilità di metterti a nudo, la tua voglia di narrarti e di narrare, ma sarà autentico)
  • scrivi quando ne hai voglia (magari impegnati almeno una volta a settimana, giusto per capire se fa per te o meno)
  • se sei a corto di argomenti non copiare o non sentirti in dovere di parlare per forza di qualcosa, che tanto la differenza, il lettore, la sente bene
  • se non hai argomenti di cui parlare, è meglio se aspetti di averne o lasci perdere direttamente 😀
  • se hai intenzione di aprire un blog solo per fare un po’ di soldi, tieni presente che hai scelto la strada più difficile e che probabilmente non ti porterà da nessuna parte se non ad arrotondare lo stipendio di casa
  • se vuoi scrivere per lavoro, fallo perché ti diverte, non per guadagnare
  • non pretendere di parlare di qualsiasi cosa ma parla di ciò che sai (il resto fallo fare ad altri)
  • non forzare il cambiamento, se senti che il blog non ti corrisponde più; piuttosto rallenta, o fermati del tutto nell’attesa di nuova e fresca ispirazione
  • sii coerente con te stesso
  • studia, poiché lo studio e la competenza non fanno mai male
  • non perdere il filo della tua narrazione

 

Ho scritto un post lunghissimo – contro ogni regola di blogging – su un argomento per me inusuale e senza sapere esattamente dove sarei andata a parare, ma spero di aver trasmesso ugualmente qualcosa.

 

Immagine: A Pompeian Beauty, Blogging, after Raffaele Giannetti – by Mike Licht (Flickr)

 

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8 Comments
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    Annamaria

    24 Novembre 2015 at 18:42 Rispondi

    Grazie, avevo bisogno di leggere un post come questo. Mi sono ritrovata in un sacco di cose. Io ho aperto il mio blog 4 anni fa, perché mi piace scrivere, mi piace raccontare le mie esperienze e volevo che i miei nipoti, quando saranno grandi, potessero leggere le loro “avventure”. Se hai voglia di andare a vedere non troverai sponsor: diciamo che ho avuto una piccola collaborazione per un anno, che ho chiuso perché non ce la faccio a scrivere post a comando, non sono credibile. Ho rallentato il ritmo perché – come dicevi tu – scrivere va bene, ma magari è meglio se lo fai con un minimo di intelligenza, se hai delle cose da dire. E non sempre ho delle cose da dire, perlomeno cose intelligenti, quindi ho rallentato. Leggo molto, molto di più, soprattutto gli altri blog, ma non solo. E se mi va, apro il mio “diario” sul web e scrivo. Non sono fanatica della frequenza, cerco di scrivere in modo chiaro e semplice, ma è tutto qui. Mi capita una cosa curiosa. A volte parlavo di un argomento, come dici tu non trovavo nessun commento sul mio blog ma qualche giorno dopo lo stesso identico argomento, magari pure con le stesse riflessioni lo trovavo su altri blog, con decine di commenti. Mi dava fastidio, lo confesso. Ora non me ne importa niente. Fin che mi va scriverò. Grazie ancora, e scusa per il commento lungo.

    • Dalia

      Dalia

      24 Novembre 2015 at 19:39 Rispondi

      Non devi scusarti proprio di nulla…sono io che ti devo dire GRAZIE.
      Non ricevevo commenti così belli da tempo. ❤️

  • Dalia

    Dalia

    24 Novembre 2015 at 20:07 Rispondi

    E capisco perfettamente il tuo discorso. Tieni solo presente una cosa: la rete è un luogo pubblico, e va trattato come tale. Un caro saluto!

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    Annamaria

    24 Novembre 2015 at 20:46 Rispondi

    Ecco, hai fatto un’ottima puntualizzazione.!

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    Alessia

    24 Novembre 2015 at 21:37 Rispondi

    Un post davvero lungo, ma per fortuna, dico io. A me piacciono, i post lunghi, anche se devo leggerli a rate. Condivido tutto ciò che scrivo, io da molti anni, con frequenza variabile, tengo un blog personale. C’ê stato un tempo in cui avrei quasi voluto *fare la blogger* ma mi sono resa conto che non fa per me. Grazie davvero del post.

    • Dalia

      Dalia

      24 Novembre 2015 at 21:52 Rispondi

      La mia non voleva essere una dissertazione contro il blogging “professionale”, per carità… Intendevo solo ridimensionare la cosa e presentare tutte le alternative. E ricordarci che siamo persone, prima che bloggers. Poi ripeto anche qui, come sopra, che occorre ricordarsi che la rete è un luogo pubblico ed esposto, non un salotto nascosto.
      Ah, a proposito, tu il post lo hai letto a rate, ma io, a rate, l’ho scritto!

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    Cristina

    26 Novembre 2015 at 7:19 Rispondi

    Mi sono piaciute moltissimo le tue parole, mi ricordo anni fa quando ho cominciato a girellare per blog e a tenerne uno mio su Splinder l’ho fatto soprattutto perché leggere ed entrare in contatto con sguardi diversi e lontani dal tuo è sempre stato per me come un “regalo” bellissimo. Poi c’è stato un periodo di stanca, in cui mi è stato difficile trovare voci affini! Però ne ho sentito molto la mancanza, quindi ci riprovo, un abbraccio,
    Cristina

    • Dalia

      Dalia

      9 Gennaio 2016 at 16:42 Rispondi

      Auguroni Cristina!
      A me mancano tanto i commenti ultimamente, quello scambio di cui parli e che si veniva a creare all’inizio…
      Un abbraccio a te

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