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Nel frattempo, in Svizzera

Venerdì sera, poco dopo aver sentito mia madre al telefono, ricevo un suo inquietante messaggio sullo smartphone: «Meno male che sei in Svizzera», diceva.
Già, sono in Svizzera. Mentre a Parigi, per le strade e in alcuni locali è in corso una strage.

Sono rimasta fino a mezzanotte inoltrata con il naso incollato alla tivù e allo schermo dello smartphone per seguire le notizie in tempo reale, sui social network (la migliore e più pericolosa fonte di informazione/disinformazione, attualmente). Ho contattato parenti e amici che vivono a Parigi per assicurarmi che stessero bene. Senza notizie certe sono andata a dormire con un senso di inadeguatezza ed ansia addosso indescrivibile, nonostante mi trovi in uno dei paesi più sicuri al mondo. Non so perché, ma il fatto di risiedere in un paese che ha fatto della neutralità una bandiera non mi fa sentire a posto con l’umanità. O forse si. Nel senso, io sono qui, comodamente adagita nella mia poltrona, mentre lì e in altre parti del mondo la gente si ammazza.

Potevo abitare ancora a Londra, minaccita il giorno successivo di essere tra i prossimi bersagli degli attentati terroristici dell’Isis. A Parigi, dove ogni tanto ritorno per visitare i parenti e gli amici, e per respirare l’aria di una delle città in cui ho vissuto uno dei periodi più emozionanti della mia gioventù, da studentessa in Erasmus piena di speranze e di voglia di fare. Potevo essere lì, nell’XI arrondissement, dove abitavano alcuni degli amici dell’epoca; o proprio al Bataclan, per passare una serata di divertimento e spensieratezza. Potevo essere una di quei giovani massacrati a colpi di mitra.

Invece adesso ho una figlia, vivo in Svizzera e cerco di regalarle e regalarci un sorriso durante il weekend.

Un ordinario weekend d’autunno in cui abbiamo cenato assieme a degli amici, senza una parola sulla strage di Parigi (chissà perché, poi…forse per la presenza dei bambini); un weekend in cui abbiamo impastato la pizza, tagliato i rami secchi sul terrazzo, spazzato le foglie secche, fatto il pizzichino per condire gli alimenti (quello che mi ha insegnato mia nonna), suonato e cantato un po’, fatto i compiti per il lunedì , passeggiato, giocato, chiacchierato, riso. Un attaccamento ai gesti abituali inusuale, un aggrapparsi alla quotidianità forte e carico di emozioni, di significato; forse per non cedere alla tristezza, alla paura, all’assurdità della guerra e del terrore.

Io oggi sono qui, ma mia figlia potrebbe essere lì, un domani.

Chi di noi genitori non ha avuto questo pensiero?

Ma non voglio pensarci. Non voglio credere che l’odio e la guerra prevalgano sulla meraviglia, lo stupore, l’Amore ed il rispetto per l’umanità tutta. Io voglio insegnare a mia figlia ad amare e a non avere paura. A guardare, senza giudicare. A conoscere, senza temere. A prendere i suoi amici per mano, con fiducia. A costruire, insieme agli altri. A cooperare, per regalare a tutti un mondo migliore. A crescere, nel rispetto della diversità. E’ l’unico modo che conosco per combattere  queste assurdità. Non ho altri strumenti se non il mio comportamento, le mie idee, l’educazione di chi verrà dopo di noi.

Le vittime di Parigi hanno un nome e un cognome, e da oggi anche un volto. Lo leggo sui giornali di stamani. E penso che altrove i morti non hanno né nome, né cognome. A volte neanche il diritto ad un volto. Ma siamo tutti parte dello stesso mondo. E il mondo per me non ha confini.

La pace sia con noi (tutti).

[oggi mi sento così – amo questa luce]

 

quotidianita' svizzera

 

 

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