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Arteterapia?

 

L’Arteterapia è una materia ancora poco diffusa in Italia e non riconosciuta a livello professionale. Almeno non come materia a sé stante per la quale  è necessario un percorso formativo specifico. È spesso una branca della psicologia, della psicanalisi, della pedagogia. Eppure in alcuni paesi esistono corsi universitari per la formazione dell’arte-terapeuta. Ne sentii parlare per la prima volta in Germania, più di dieci anni fa, grazie ad un’amica che dopo i 40 anni aveva deciso di “reinventarsi”. Ed aveva scelto, guarda caso, proprio l’arteterapìa.

Ma che cos’è?

L’Arterapia consiste nella ricerca del benessere psicofisico attraverso l’espressione artistica di pensieri, vissuti, emozioni, sensazioni. Utilizza come strumenti le potenzialità  espressive che ogni persona ha, siano esse fisiche (danza-terapia, movimento-terapia, teatro-terapia), artistiche (arte-terpia in tutte le sue forme), mentali e cognitive (musico-terapia), per elaborare creativamente tutte quelle emozioni o quei bisogni che non si riescono a far emergere nel corso della vita quotidiana, al fine di riequilibrare l’individuo.

Attraverso l’atto creativo il mondo interiore diventa immagine esteriore.

 

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 La mia esperienza

 

Ebbene, io con la creatività ci lavoro ogni giorno (o quasi). Eppure, due anni fa, il lavoro (un lavoro che amo e che ho cercato di ricostruirmi lavorando da freelance compatibilmente con gli impegni familiari) non mi bastava per superare una perdita, per ritrovare la serenità e superare il dolore che tante volte si affaccia improvviso nelle nostre vite lasciandoci spiazzati.

Alcuni eventi ti portano ad avere uno sguardo diverso sul mondo.

A volte la trasformazione arriva a livelli profondi, spesso senza che tu te ne accorga.

Vedi cose che prima non vedevi, ascolti meglio l’invisibile, hai maggiore empatìa e rispetto per l’altro e per te stesso, ti senti più “connesso”, più vivo, più aperto che mai; spesso, anche, senti nascere una nuova creatività, proprio quella che ti aiuterà a superare il dolore, capace di dar vita a scenari inaspettati.

Lasciar andare non basta, è solo il primo scenario.

Conseguenza del lasciar andare è il lasciar fluire, e questo lo sto imparando grazie a quello che è diventato un hobby del quale non riesco più  a fare a meno: la ceramica.

 

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Ceramica-terapìa: ascoltare il richiamo

 

È successo tutto così, per caso, come le cose migliori della vita.

Un giorno qualunque dell’anno scorso stavo accompagnando mia figlia a scuola.

Lungo la strada vedo questo nuovo negozio, che ha più l’aspetto di un laboratorio artigiano che di uno shop.

Mi avvicino alla vetrina e mi fermo a guardare dentro, incuriosita.

Gli interni mi piacciono; sono semplici ed accoglienti, arredati con scaffali e divanetti creati attraverso l’uso abbinato di pancali. Il proprietario pare abbia gusto!

Vedo che è il laboratorio di una ceramista di zona, che fa anche corsi privati di ceramica oltre a prendere lavori su commissione.

Passo tutti i giorni lì davanti e puntualmente mi fermo a guardare la vetrina, affascinata. Sento un’attrazione fatale, come un richiamo.

Così, un giorno, entro a chiedere informazioni.

Ne esco poco dopo con un appuntamento per una lezione di lavorazione dell’argilla al tornio.

«Bella idea, che ho avuto! Con tutto quello che ho da fare ci voleva anche un nuovo hobby! Non riuscirò mai a stargli dietro come si deve!»

Ma ormai non potevo più tornare indietro.

«Proviamo, e vediamo», mi sono detta.

 

Cosa ho imparato dalla lavorazione dell’argilla

 

A posteriori mi dico che è una delle cose migliori che abbia mai fatto.

Per la spontaneità con cui tutto è accaduto, per quello che mi sta regalando, per gli insegnamenti che ricevo, per quello che riesce a portare “fuori”, perché è uno dei pochi momenti che ho tutti per me. Puoi scegliere di andare in palestra, di fare un salto dall’estetista, dal parrucchiere, oppure puoi metterti al tornio a lavorare l’argilla. Io ho scelto l’ultima.

Lavorare al tornio non è una cosa facile.

Richiede concentrazione, passione, rilassamento, pazienza. Tanta pazienza.

Devi «sentire» l’argilla con le mani, avere una sensibilità particolare, percepirne gli spessori, la presenza di bolle, ascoltare quello che ti dice, dominarla con gentilezza.

Succede, a volte, che parti con un’idea e ti ritrovi con un oggetto completamente diverso, perché mentre lavori la terra ti parla dicendoti cosa vuole diventare.

E tu devi ascoltarla.

È successo ultimamente con questo vaso:

 

vaso-ceramica

 

Lasciarti trasportare dalla corrente può portare a risultati inaspettati e stupefacenti.

Questo ho imparato, ultimamente, dalla ceramica.

E per questo ho intitolato questo post ceramica-terapìa. Senza volerlo, ho canalizzato qualche energia dispersa chissà dove.

L’arteterapìa non è affatto una cavolata.

 

E voi? Credete nel valore dell’arteterapìa?

Ma soprattutto, cosa ne pensate dell’arte della ceramica? Vi affascina? Comprereste mai oggetti artigianali commissionandoli privatamente, nonostante il prezzo sia inevitabilmente più  alto dei vasi e delle tazze di Ikea?

 

 

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